Dalla pietra alla calce

Gli usi della calce

DALL’EDILIZIA ALL’AGRICOLTURA

La calce non è soltanto un materiale da costruzione: è memoria culturale del Mediterraneo, sapere antico che lega la pietra, nutre la terra, purifica l’acqua e custodisce il cibo.


La calce in edilizia

I tipi di calce


La calce viva, ottenuta nelle fornaci, è un solido bianco che reagisce violentemente a contatto con l’acqua, sviluppando calore intenso; non si usa direttamente in edilizia, ma è la base di ogni lavorazione successiva. Aggiungendo acqua si ottiene la calce spenta, in polvere o in pasta, la forma più diffusa per intonaci, malte e pitture. Calce viva e calce spenta sono entrambi tipi di calce aerea, che indurisce solo a contatto con l’aria. Diversa è la calce idraulica, capace di indurire anche in presenza di acqua grazie ai silicati; tra le sue varianti, la calce idraulica naturale (NHL) è la più apprezzata nel restauro per la compatibilità con le murature storiche. Il grassello di calce, calce spenta lasciata maturare in acqua per mesi o anni, guadagna plasticità e lavorabilità, diventando il materiale d’elezione per intonaci di pregio e affreschi. Il latte di calce, una sospensione molto diluita, trova impiego come tinteggiatura, disinfettante agricolo e nel trattamento delle acque.

Malte, intonaci e imbiancatura


La malta di calce, ottenuta mescolando calce spenta con sabbia o altri aggregati, è il legante storico delle murature: serve per l’allettamento delle pietre, la stilatura dei giunti, il consolidamento dei muri degradati. Rispetto al cemento, risulta più traspirante e compatibile con le costruzioni antiche, che il cemento tende invece a danneggiare intrappolando l’umidità.


L’intonaco a calce tradizionale si applica in tre strati progressivi – rinzaffo, arriccio e intonachino – ciascuno con funzione e granulometria specifiche, e richiede un’asciugatura lenta perché la calce possa carbonatare e indurire correttamente. L’imbiancatura, la finitura più semplice e diffusa nel Mediterraneo, si ottiene stendendo veli di latte di calce: oltre a lasciar traspirare le pareti, ha proprietà biocide contro muffe e batteri, riflette la luce solare e può essere rimossa senza danneggiare il supporto; la sovrapposizione di più strati nel tempo crea superfici lievemente ondulate che riflettono la luce in maniera unica.

Finiture e pavimentazioni

Tra le finiture più raffinate, lo stucco di calce nasce da grassello stagionato arricchito di polvere di marmo, levigato fino a una superficie liscia e semilucida. Il marmorino, simile per composizione, si distingue per una grana più grossolana e materica. Il tadelakt, tecnica tradizionale originaria del Marocco, prevede una lavorazione intensa con pietre di fiume e un trattamento finale con sapone nero che rende la superficie impermeabile.

Anche le pavimentazioni storiche si affidano alla calce: il battuto di calce, il più antico, è un impasto compattato e levigato fino a diventare liscio e impermeabile. Il cocciopesto, di origine romana (l’antico opus signinum), unisce calce e laterizi macinati per superfici resistenti all’umidità. In Puglia è diffuso il pavimento in chianche (basole di pietra calcarea locale) allettate a calce, tipico dell’edilizia rurale e dei centri storici. L’usura del calpestio e la patina della calce hanno conferito nel tempo a questi pavimenti una lucentezza naturale di grande pregio estetico. A Venezia nasce invece il terrazzo alla veneziana, con frammenti di marmo o vetro legati da calce idraulica e levigati a specchio. Infine, il mosaico a tessere in uso dall’epoca romana e paleocristiana fino al rinascimento, si posava su più strati di malta di calce a granulometria decrescente. Molti mosaici di epoca romana realizzati con questa tecnica sono giunti intatti fino a oggi, come quelli conservati nel vicino Museo Archeologico Nazionale di Egnazia.

Proprietà, restauro e sostenibilità

La calce possiede notevoli proprietà che conferiscono salubrità agli ambienti interni: ha un’elevata traspirabilità, che le permette di far evaporare l’umidità, ed è al tempo stesso igroscopica, capace cioè di assorbire e regolare naturalmente il vapore acqueo nell’ambiente. È inoltre dotata di un’elevata alcalinità, che inibisce la diffusione di muffe e batteri, e di una notevole riflettenza, che le consente di diffondere i raggi solari negli stretti vicoli dei centri storici e di conferire freschezza all’interno degli edifici.

Nel restauro la calce è il materiale di riferimento, per la sua compatibilità con le murature antiche, la traspirabilità, la reversibilità degli interventi e la comprovata durabilità; l’uso improprio del cemento nel Novecento ha invece causato gravi danni al patrimonio storico. La calce si distingue anche per la sostenibilità: nel tempo riassorbe l’anidride carbonica liberata in cottura, risultando pressoché neutra dal punto di vista climatico, al contrario del cemento.

La calce non è soltanto un materiale da costruzione: è memoria costruttiva del Mediterraneo, sapere millenario che lega la pietra, protegge le murature e restituisce alle pareti la loro luce.


Tradizione edilizia ostunese


L’ašchëtë  o jašchëtë: «Il significato originario è “cocciopesto” una sorta di pavimentazione per stanze e per tetti, usata anche per intonaco dagli antichi Romani, come è rilevabile in alcune costruzioni emerse a Pompei. I nostri muratori preparavano (oggi non più, sebbene rimangano alcuni aštrëchë) un impasto di sassolini (rascidde), polvere e calce, che si livellava sulla parte con tegole pestate (la tèjëla). Quindi, gli operai con delle tavolette rettangolari sottoposte alle scarpe (li tavuleddë dë l’ašchëtë) che erano poco più lunghe delle scarpe stesse, pestavano per giorni interi l’impasto che, bagnato spesso, veniva battuto col màgghjë – randello. Infine s’impastavano calce, polvere e tegole e si dava il liscio. Si copriva il tutto per un certo tempo, con piante di mùcchjë – lentisco, mirto, fillirea – o d’àttumë – timo – o con rëstucceë – al fine di preservare la pavimentazione dagli agenti atmosferici (ndr: per evitare una eccessivamente rapida presa del cocciopesto all’irraggiamento diretto del sole che avrebbe provocato fessurazioni). Poiché l’opera era impermeabile, si usava specialmente per le terrazze e perciò il significato secondario di “terrazza”. L’ašchëtë si potrebbe chiamare “pavimento battuto”».
Da T. Nobile, Dizionario del dialetto ostunese, ed. Congedo, Galatina, 1999, t. I, p. 100.

L'ašchëtë, pavimentazione tradizionale in cocciopesto e calce

La cazzafitta: «Intonaco, ma vale anche per calcinacci; (…) Si distinguono tre strati trè mmanë: la prima mana, il rinzaffo pë śgrussà, ‘per sgrossare’, la sëconda mana ‘l’arriciatura’ pë spianà ‘per spianare, livellare, lu liscë o lu fine ‘l’intonaco’ che completa e rifinisce il lavoro. Quando la superficie della muratura è piuttosto regolare si hanno do manë ‘due strati’, facendo a meno del rinzaffo. Pë dda la cazzafitta ‘per intonacare’ si adoperano la cucchjara, lu sprëviérë, lu fracassë e la stascèdda.»
Da T. Nobile, Dizionario del dialetto ostunese, ed. Congedo, Galatina, 1999, t. I, p. 173.


La calce nell’alimentazione


Nella tradizione alimentare, la calce ha svolto a lungo un ruolo di conservante. Un esempio è la ricetta delle “uova sotto calce”, tramandata nel quaderno di Vincenzina Anglani (1888-1975). “Modo di conservare le uova: Si scelgono le uova e vengono deposte con cura con la parte più sottile in basso entro un vaso di terracotta. Quando il vaso è pieno si riempie di un composto di sei o otto grammi di calce spenta in un litro di acqua e si cuoprono le uova con quest’acqua. Poi si chiude bene in modo da non penetrare la luce, e non si toccano se non quando arriva il tempo che se ne deve servire”.

Anche le “olive alla calce” seguono un procedimento simile, con un impasto di acqua, calce e cenere seguito da un lungo risciacquo e da un’insaporitura in salamoia aromatica con acqua, sale e aromi vari come finocchietto selvatico, anice, scorza di limone, rametti di mirto, alloro.

La calce alimentare trova impiego anche come regolatore di acidità, come nella nixtamalizzazione mesoamericana, dove il mais viene ammollato e cotto in soluzione alcalina fatta di cenere e calce, un trattamento che ne migliora consistenza e sapore e libera la vitamina B3, prevenendo la pellagra. Trasformata in idrossido di calcio (E526), la calce è tuttora impiegata come additivo regolatore in diversi alimenti.

Olive in calce
Uova sotto calce in un vaso di terracotta
Uova sotto calce.

La calce in agricoltura

In agricoltura, la calce serve principalmente a correggere l’acidità dei terreni: riportando il pH verso la neutralità, libera nutrienti come fosforo, potassio e magnesio, altrimenti bloccati nel suolo. Apporta inoltre calcio alle piante, riduce le tossicità da alluminio e manganese nei terreni acidi, e stimola l’attività dei microrganismi utili. Dal punto di vista fisico, la calce favorisce la flocculazione dell’argilla, aggregando le particelle più fini in strutture più grandi: il terreno diventa così più soffice e poroso, con benefici su drenaggio, ossigenazione e lavorabilità.

Una pratica agricola secolare è l’imbiancatura dei tronchi con latte di calce: il rivestimento bianco riflette il sole proteggendo la corteccia da surriscaldamento e sbalzi termici, mentre l’elevata alcalinità scoraggia insetti, funghi e parassiti svernanti.

Imbiancatura del tronco di un ulivo con latte di calce

Lu scuparièddë

«Lu scuparièddë» — il grande pennello dell’imbianchino — veniva creato artigianalmente da «Lu bianghetóre» con: la ghiera (ròzzëla) di fico selvatico seccato, il crine di coda di cavallo (li penneddère), lo spago, un bastoncino d’olivo o mandorlo (lu zippë), l’ago grosso (achecèdda) e la setola di maiale (la zètela).

Lu Scuparièddë

di Beniamino Farina

La ròzzëla ancora sana,
lu zippë ‘ncurcatë,
la zètëla tesa e lu pìlu ammusciatë.

‘Nterra stava scettatë
nu scuparièddë dë l’annë passatë.

Lu štà pigghjava, lu vulèva spëgghjà,
cu chèra ròzzëla nandë n’era crià.

A lla ‘mbrivvisa, sentibbë parlà:
-“Làssemë stà, na me spegghjà,
li Štunìsë senoca de me s’ona scurdà.

T’arrecuerdë li tièmbë passatë,
quanda càngia ‘nguerpë a llu parétë
de jnda alla Terra ìmë menatë?

-Tànnë chjù viànghë era lu paisë,
e li Štunìsë s’arrëcchëšcìra,
pë tànda furastiérë ca vënìra.

Nu monumentë m’ona ffà.”-

Lu pegghjebbë, l’allescebbë,
fu cundèndë e lu pìlu ‘nźeppò,
na ngë vulèva jèssë trascuratë,

Jë lu uardava e tànda bënëdëźźiunë li mënava,
ca pë curë bënëdittë scuparieddë,
la fatìa na më mangava.

Mujë li còsë so’ cangiatë,
li lënëturë so’ spëcciàtë e
de fà lu scuparièddë
nëšciùnë sà mmëzzatë.

Štùnë da tànne chjù gnurë ìeventate
E Santë Ronzë arrabbiatë stë cu li Štùnisë,
ca jónë trascuratë lu paìsë.

“Ronzì’ però na te preoccupà,
cu lli vutazione li cose ona cangià,
na scóla dë lënëturë ona crià
e Štùnë arréta vianghë av’a dëvëndà”.