La fornace da calce

La carcàra

La fornace da calce

Una torre di pietra a secco, il fuoco e il sapere di chi lo sapeva domare: la storia di una famiglia che si intreccia con quella della lavorazione della calce.


La storia della famiglia

La storia della «Carcàra dë zië Torë» si intreccia con quella della famiglia Rodio. Tutto parte da Giuseppina Roma, madre dell’attuale proprietario Pietro Rodio: suo padre, Francesco Roma, era «nu carcarùlu», proprietario di altre calcàre della zona, morto di polmonite a causa del suo lavoro. Giuseppina, rimasta orfana insieme a tre sorelle, venne affidata alla zia paterna Meluccia, sposata senza figli con «zië Torë» — al secolo Salvatore Marseglia — dal quale ebbe poi in dono questa calcara.

Il progetto di recupero della carcàra nasce dal desiderio di raccontare e tramandare l’impegno di chi, come il nonno Francesco o lo zio Salvatore, ha contribuito con il proprio duro lavoro a caratterizzare, anno dopo anno, strato di calce dopo strato di calce, l’immagine di Ostuni come Città Bianca per eccellenza — un candore nato proprio in luoghi come questo, dove la pietra veniva trasformata in calce.

Francesco Roma
Francesco Roma
Lo zië Torë

Lo zië Torë
Il biglietto da visita di Francesco Roma, «fornace di calce»
Il biglietto da visita di Francesco Roma, «fornace di calce»
Giuseppina Roma, figlia di Francesco, con il marito Giovanni e la primogenita
Giuseppina Roma, figlia di Francesco, con il marito Giovanni e la primogenita
Concetta, Pietro Rodio e lo zië Torë davanti alla calcara
Concetta, Pietro Rodio e lo zië Torë davanti alla calcara

La carcàra prima del recupero

La “Carcàra dë zië Torë” ha cessato la produzione negli anni ‘70. Da allora, il manufatto ha subito un degrado progressivo causato dall’abbandono: le infiltrazioni d’acqua hanno innescato i primi dissesti, poi aggravati dalla vegetazione che ha colonizzato l’intera struttura. L’attività di cava intorno alla calcara aveva già ridotto e fessurato la superficie rocciosa di basamento della calcara, e i dissesti successivi avevano provocato crolli diffusi nel muro esterno di contenimento in pietra a secco, con conseguente erosione delle parti più incoerenti del riempimento della fornace retrostante. In corrispondenza dell’arcone di accesso alla fornace, la crescita della vegetazione all’interno di una lesione aveva provocato il distacco della parte terminale del muro portante causando il crollo di una porzione di volta dell’arcone.

La “lamiodda” presentava non solo evidenti problemi connessi alla presenza di umidità, ma anche significativi dissesti strutturali causati dall’azione di sotto-scavazione della parte basale dell’angolo nord-est del fabbricato da parte delle acque meteoriche, con conseguente sfaldamento della roccia di fondazione e apertura di una lesione nella muratura portante.

Infine, i terrazzamenti a secco lungo il pendio risultavano in gran parte crollati, così come il muro ad anello che circondava la base della rupe modellata dall’attività di cava.

I crolli diffusi del muro di contenimento.
La ricostruzione del muro di contenimento.
Il crollo di una porzione di volta dell’arcone.
La ricostruzione dell’arcone.
Il crollo di una porzione di volta dell’arcone.
La ricostruzione dell’arcone.
Il degrado delle pareti interne della fornace
Il consolidamento delle pareti interne della fornace.
I crolli diffusi del muro di contenimento.
La ricostruzione del muro di contenimento.

Fasi di funzionamento della carcàra

L’estrazione della pietra calcarea

I mastri carcaruli erano anche cavamonti, cioè cavatori di pietra, poiché dovevano procurarsi la materia prima essenziale alla produzione della calce viva: la pietra calcarea. Per farlo, si avvalevano anche di tecniche minerarie: preparavano e facevano esplodere mine nelle cave, usando una serie di attrezzi specifici. Tra questi: “la màzza” (mazza pesante in ferro), “lu zëcchèttë” (il piccone), “lu martièddë” (il martello), “lu štambë” (il paletto sul quale si abbatteva la mazza per ricavare l’alloggio della mina), “la mazzóla” (una mazza in ferro più piccola, anch’essa usata sul paletto) e “la spassètta”, che serviva a pulire il foro nel quale veniva anche versata dell’acqua per agevolare la fuoriuscita dei frammenti di roccia.

Una volta preparata la mina con polvere pirica e chiuso ermeticamente il foro nel quale era stata collocata la miccia, si sistemavano delle fascine attorno per contenere lo spargimento delle pietre provocato dall’esplosione. Le pietre cavate venivano poi trasportate a spalla fino alla calcara. Per questo motivo, la maggior parte delle calcàre stabili era collocata all’interno o nelle immediate vicinanze delle cave, così da ridurre al minimo gli spostamenti.

La costruzione della calcara

Quello che si vede oggi della carcàra è in realtà la struttura permanente su cui, ciclo dopo ciclo, veniva innalzata la costruzione in pietra a secco destinata alla cottura. La compongono due elementi essenziali: la “lamiòdda”, il piccolo locale dove i carcarùli trovavano riposo e ristoro, e “lu furne”, la fornace scavata in parte nel terreno di un piccolo rilievo. A collegarli è “l’arcone”, lo spazio coperto che consentiva di lavorare al riparo dalle intemperie. Intorno alla carcàra era inoltre stato innalzato un imponente muro di contenimento, realizzato con ogni probabilità per prevenire i crolli del terrapieno de “lu furne”, resi possibili dall’intensa attività di escavazione della pietra nell’area circostante.

Schema: estrazione e trasporto della pietra

L’innalzamento e il caricamento della calcara erano operazioni complesse, che richiedevano una decina di operai e potevano durare anche due settimane. Il cuore della costruzione era la camera di combustione, chiamata “la làmia”: qui si manifestava la vera arte del mastro carcarulo. La “làmia” era realizzata interamente a secco, con pietre calcaree destinate a trasformarsi anch’esse in calce viva durante la cottura. Veniva costruita al centro della fornace con la tecnica “a tholos” — la stessa della falsa cupola dei trulli — sovrapponendo anelli lapidei concentrici che si restringevano progressivamente verso l’alto e posizionando i conci di pietra distanziandoli di alcuni centimetri per lasciar passare meglio il calore. Era la parte più delicata e complessa dell’intera calcara, poiché doveva sostenere un peso di diverse centinaia di quintali.

Schema: costruzione della calcara

Lungo il cilindro della struttura permanente della fornace, “lu fùrnë”, a circa cinque centimetri dalla parete interna, veniva costruito “lu rétëfùrnë”: una controparete in pietra calcarea realizzata a secco, che creava un’intercapedine che veniva poi riempita con terra rossa compattata. Questo strato isolava termicamente la pietra da cuocere dal resto della struttura.
Il varco tra l’arcone e la fornace veniva chiuso da un muro detto “pièttë d’nnànźë”, nel quale era ricavata la bocca di alimentazione. Su una soglia alta circa trenta centimetri venivano posizionati due lastroni verticali, formando un’apertura di circa 40×40 centimetri. Al posto di un unico architrave — che avrebbe rischiato di spezzarsi sotto il peso — venivano usati due lastroni disposti “a mèccia”, vale a dire a incastro a “V” rovesciata. Sopra la bocca di alimentazione, perpendicolare al muro di chiusura, era collocato un lungo concio di pietra chiamato “ind’ e forë”, elemento di connessione tra la parete esterna e la camera di combustione.

Schema costruttivo della calcara con la cupola e i fori-spia

Le pietre da cuocere venivano disposte con cura nello spazio tra la controparete de “lu rétëfùrnë“ e la struttura della “làmia“, continuando a stratificarle anche sopra di essa. Quando si raggiungeva l’altezza dell’arcone, per aumentare la quantità di pietre da cuocere, si costruiva lungo tutto il perimetro esterno della fornace un muro aggiuntivo chiamato “lu murë d’n dèrrata“: questo innalzava la carcara di ulteriori 2-3 metri, e consentiva di prolungare verso l’alto il cilindro de “lu rétëfùrnë“, che veniva poi riempito di pietre calcaree fino a formare una cupola.

La cupola di pietre veniva infine rivestita con “lu furnë ‘mbastatë“: uno strato di calce mista a terra — “lu uélë“ — che aveva il duplice scopo di trattenere il calore e proteggere le pietre dalle intemperie. Questo strato ricopriva l’intera cupola, lasciando però scoperto un anello esterno di circa trenta centimetri lungo il perimetro. Nello strato di copertura venivano praticati una decina di fori, del diametro di 35-40 centimetri ciascuno, attraverso i quali i carcaruli” monitoravano l’andamento della cottura. Sia l’anello esterno scoperto, sia i fori-spia erano riparati dal vento tramite lamiere curve, chiamate “li ramë“, generalmente ricavate dal recupero di vecchi bidoni, la cui posizione doveva essere regolata di volta in volta in base alla direzione del vento.

Schema: smontaggio della calcara

La cottura della pietra

Una volta completata la struttura, iniziava la cottura delle pietre calcaree, che poteva durare fino a un mese. Per tutto questo periodo la fornace doveva essere alimentata ininterrottamente, giorno e notte, con un controllo costante del processo.

Il lavoro era organizzato in turni di circa cinque ore ciascuno, con quattro operai che si avvicendavano a coppie: dalle 13.00 alle 18.00, dalle 18.00 alle 22.00, dalle 22.00 alle 3.00, dalle 3.00 alle 8.00 e dalle 8.00 alle 13.00. I turni più pesanti erano naturalmente quelli notturni. Questo avvicendamento era chiamato “la vècëta”. Per riposarsi, gli operai disponevano di un piccolo locale adiacente all’arcone, “la lamiòdda”, che fungeva anche da spogliatoio.

Il combustibile erano le fascine, composte generalmente da rami fogliati provenienti dalla potatura degli ulivi o da tagli boschivi. Per una calcara da mille quintali erano necessarie circa tremila fascine. Queste venivano accatastate nelle vicinanze della fornace in caratteristiche pile coniche chiamate “mete”, poi slegate con un colpo di accetta e suddivise in piccoli mucchi – “li muèrsë” (i morsi) – pronti per essere introdotti nel fuoco. La quantità sistemata di volta in volta davanti alla fornace, sotto l’arcone, era la cosiddetta “chjéna” (il pieno), composta da circa ottanta fascine.

La temperatura doveva mantenersi costantemente sopra gli 850-900 gradi centigradi. Il carcarùlo controllava lo stato della cottura attraverso le spie praticate sulla copertura: dopo un giorno l’interno dei buchi assumeva il colore rosso vermiglio e man mano che passavano i giorni il colore si presentava sempre più chiaro fino a diventare di un bell’oro. A quel punto i buchi avevano assolto alla loro funzione e pertanto venivano tappati con uno strato di terra per mantenere all’interno il calore. 

Quando il fumo, dapprima nero, assumeva gradualmente una colorazione caffè per poi divenire bianco, e soprattutto quando il cumulo a cupola della fornace subiva un abbassamento di circa mezzo metro, la cottura era ritenuta ultimata. Lo smontaggio dell’impianto, tuttavia, poteva avvenire soltanto dopo il completo raffreddamento della fornace, processo che richiedeva mediamente un’ulteriore settimana.

Lo smontaggio

Lo smontaggio era la fase più dura, quella che costava più fatica e sudore. Una volta rimossa “la ndèrrata”, bisognava estrarre la calce ancora bollente con grande attenzione: non era raro che gli addetti riportassero ustioni o contusioni per la caduta di pietre roventi. Come la costruzione era avvenuta dal basso verso l’alto, lo smontaggio procedeva in senso inverso, dall’alto verso il basso.

I carcarùli, in funzione delle quantità richieste dal mercato, rimuovevano una parte del rivestimento di terra e calce che ricopriva la cupola della fornace ed estraevano, con l’ausilio de “lu zappónë” (la piccozza), soltanto la quantità di pietre di calce viva destinata alla vendita immediata, provvedendo poi a ricoprire la parte restante. La calce viva, infatti, se esposta agli agenti atmosferici, iniziava a degradarsi nel giro di pochi giorni: assorbendo l’umidità presente nell’aria, si rigonfiava e si trasformava progressivamente in calce spenta, perdendo gran parte delle sue proprietà e della sua efficacia negli impieghi edilizi. Lo smontaggio completo poteva così richiedere anche due settimane.